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Borgo di Tavernola

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La Storia del Borgo

La più antica persistenza storica del borgo è la chiesetta di San Bartolomeo, che il capitolo IV degli Statuti della Città di Como del 1335 cita come indicatrice dei confini della città (Confiniorum civitatis determinatio: ecclesia sancti Bartolomei de la Pessina” – la “pessina” era una polla d’acqua, prossima alla chiesa, ancora visibile oltre la vecchia scuola di Tavernola fino alla metà del XX secolo).

Un’indicazione ancora precedente è stata scoperta in un documento del Capitolo del Duo- mo, risalente al 1283, conservato presso la Fondazione Centro Studi Nicolò Rusca della Diocesi di Como: la Cappella di San Bartolomeo ad Pexinam, sottoposta alla chiesa di S. Maria Cumana (il Duomo), riceveva le decime degli abitanti della zona; il chierico incaricato di celebrare i momenti di culto comunitari prestava ubbidienza al Capitolo del Duomo.

Altri documenti con tracce della cappella di Tavernola in un carteggio datato 4.3.1493 (n.129), Antonio Muralto di Como mette a beneficio della cappella di San Bartolomeo di Folcino e del terziario francescano Bartolomeo Patteri, proveniente dal convento di San Lazzaro a Como, vari appezzamenti di terreno con 230 piante di viti. Su questi terreni erano esistenti delle case.

Il tutto veniva affittato dal novembre 1493 per otto anni rinnovabili. L’affittuario poteva apportare migliorieecostruirenuovecaseche saranno dedotte dall’affitto nel carteggio del 13.6.1498 (n.130) lo stesso Antonio Muralto (che scopriamo essere anche canonico di Locarno, e in seguito anche di Sant’Eufemia di Isola Comacina) e fra Bartolomeo Patteri nominarono due esperti per valutare il valore delle nuove costruzioni.

Nel carteggio risulta che l’avv. Benedetto Muralto, per conto di Antonio, affidò alla parrocchia di San Salvatore il beneficio della cappella di San Bartolomeo nel 1555 (cat.592) il sacerdote Francesco Grassi arciprete di Isola e cappellano di San Bartolomeo affittò a Giuseppe Grassi tutti i beni della chiesa al prezzo di 5 lire imperiali. La prima descrizione della cappella si trova nella visita pastorale del Vescovo Feliciano Ninguarda che ha avuto luogo dal 1589 al 1593.

Nel testo del Ninguarda tradotto dal latino dal prof Paolo Maggi si legge: “Proseguendo verso destra della citata chiesa di San Giacomo (Chiesa di San Giacomo e Filippo di Quarcino) per un sentiero verso il lago ad un miglio da essa sopra il fiume Breggia, in località Folcino, vi è la chiesa di San Bartolomeo Apostolo anch’essa unita alla parrocchiale di San Salvatore e dalla quale è distante, per altra via , un altro miglio: è dotata di molti beni e senza nessun onere; gli abitanti di conseguenza orgogliosamente curano i propri sacri doveri in ogni giornata festiva.

Vi è nella cappella ad arco un solo altare consacrato con icone e molte immagini chiuso da balaustre di legno: a lato dell’Evangelo vi è un piccolo sacrario e qualche ornamento sacro, calice e messale, una torre campanaria con una sola campana a lato dell’Epistola. Vi è un’unica porta, opposta all’altare senza nessun frontespizio e vicino alla porta la fonte dell’acqua benedetta; il tetto è semplice e i defunti vengono seppelliti nella chiesa perché manca il cimitero. In questa chiesa vi è una confraternita non vestita che è solita ritrovarsi in luogo annesso alla chiesa e si prende carico delle proprie funzioni e di fronte alla chiesa vi è la casa del contadino che ha cura della chiesa e dei bene ad essa spettanti; insieme al borgo vi sono case sparse, distanti tra di loro.”

Le ricerche di mons. Pietro Gini indicano che in seguito la Valle del Breggia, diventata confine con la Svizzera, allora turbata dall’aperto contrasto religioso tra cattolici e protestanti, sembra spopolarsi, tanto che la cappella di San Bartolomeo non riceve più rettori fino alla metà del 1700. Proprio nel ‘700 l’impianto di produttivi vigneti sulle terrazze di Tavernola porta a cambiare il nome della cappella in San Bartolomeo nelle Vigne e ancora oggi il borgo circostante conserva questo nome. (Citazioni da La Chiesa di Cristo Re 1937-2007 a cura di T. Franzo- so, 2007)

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Cenni storici a cura di Sergio Masciadri

La Guerra dei Dieci Anni (1118- 1127) duramente combattuta tra Milanesi e Comaschi ha lasciato un'ampia eredità di racconti, personaggi e battaglie. La battaglia del Breggia, combattuta a un anno dall’inizio della guerra, è ad esempio un episodio che vale la pena ricordare perché chiarisce l’odio che gli abitanti dell’Isola Comacina, in quegli anni alleati di Milano, nutrivano verso i Comaschi. Una battaglia breve e cruenta che gli Isolani non avevano previsto e che frantumò il loro obiettivo: sorprendere le milizie comasche e conquistare la fortezza di Vico, cittadella fortificata che occupava un vasto territorio tra l’attuale Santa Teresa e Villa Salazar, considerata vitale punto strategico nell’apparato difensivo di Como.

Nella primavera del 1119 i soldati dell’Isola Comacina, ansiosi di mostrare ai Milanesi la loro forza, organizzarono una spedizione per colpire il cuore di Como e aprire le porte della città alle milizie di Milano. Sette navi lasciarono l’Isola cariche di uomini armati, altri scesero a piedi lungo la costa per raggiungere la periferia della città alle spalle della fortezza di Vico dove contavano di ricongiungersi. Il piano prevedeva che questo incontro avvenisse alla foce del torrente Breggia dove, protetti dai canneti, gli Isolani pensavano di organizzarsi senza incontrare alcuna resistenza per poi marciare, non visti, sulla fortezza di Vico, prendendola di sorpresa. Ma non sempre le cose vanno secondo le previsioni.

Il vescovo di Como, Guido Grimoldi, che era venuto a conoscenza in anticipo del piano d’attacco messo a punto dagli Isolani, convocò i capitani comaschi per metterli al corrente del grave pericolo che minacciava la città. Da Como partirono uomini armati inviati a presidiare, non visti, i canneti che coprono la foce del Breggia situata in località Tavernola, a metà strada tra Cernobbio e la fortezza di Vico. Le milizie comasche, con anticipo, si mimetizzarono nella fitta vegetazione e all’arrivo degli Isolani la trappola si consumò. Dapprima furono assaliti e neutralizzati i combattenti a piedi che avevano camminato lungo la costa da Ossuccio a Tavernola; sempre protette dal fitto canneto, le milizie comasche, sostituendosi ai pedoni, fecero i segnali convenuti alle navi isolane che attendevano al largo. Le imbarcazioni, senza alcun sospetto, si avvicinarono alla riva.

Gli uomini, sbarcando, si incamminarono verso il luogo previsto per l’incontro da dove, ricongiunti ai pedoni, avrebbero dovuto marciare verso la fortezza di Vico per espugnarla. Improvvisamente dai canneti sbucarono i Comaschi che, circondandoli, impedirono loro ogni possibilità di fuga. Una battaglia breve, ma cruenta che si concluse con molti Isolani uccisi e la fuga dei superstiti che puntarono verso il lago per mettersi in salvo, ma incalzati dalle milizie comasche affogarono nel tentativo di raggiungere le loro navi. Il disastro di questa spedizione non solo convinse i Milanesi a rivedere i loro piani, ma li rese ancora più consapevoli del fatto che per sconfiggere Como le loro sole forze non erano sufficienti. Al contrario di quanto pensavano i Milanesi, i Comaschi si rivelarono degli ottimi soldati guidati da una efficace strategia militare la cui arma principale era la sorpresa e la capacità di organizzare imboscate.

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bandieraUK Tavernola, brief history

Its name comes from the Latin “tabernula”, the small inn that still exists on Via Regia, the main road to the Alpine passes. However the rural borough was formerly named by St. Bartholomew “into the woods” or “into the vineyards” (the new church is dedicated to Christ the King). Here on the shore of Breggia Stream an important battle was fought during the Decennial War between Como and Milan (1118-1127). Since the 19th century many “holiday houses” for wealthy people have been built near the lake: Villa Gonzales, Villa Sforni and Villa Bignami, among others.

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